by Rosa Cerullo

Sono stanca.
Siamo svegli da più di venti ore e fa anche un po’ freddo.
Penso che domani scriverò ogni cosa sul mio diario, anche di questo momento. C’era tantissima umidità in questa selva selvaggia aspra e forte e avevo il mio cappotto preferito: verde, come i cipressi di notte che sembrano neri ma sono verdi, perché gli alberi, non chiedermelo, sono comunque così.
Non credo di aver mai provato nella mia vita così tante emozioni e mai sentito comunque una sensazione di vuoto, come in questo momento. Non riesco nemmeno a scindere dove finisce il mio pensiero e da che punto pronuncio la frase che sto pensando.
Questo però non mi preoccupa, dato che capisco di non essere l’unica sul roller coaster.
E parliamo ciascuno di qualche cosa e sorridiamo e camminiamo per strada e sembriamo aver capito tutto.
Perfect

Sì, ho preso quelli al cioccolato.
«Forse sarebbe stato meglio prendere anche qualcosa di salato. Non sappiamo quanto resteremo qui».
Ormai è fatta, va bene lo stesso e d’altronde non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era piena di sonno a quel punto.
Per me, attendere è un continuo battere le palpebre e contare i rumori che saltano intorno.
Quadrato più quadrato più quadrato fanno una fila sotto i miei piedi.
In questa stanza ce ne sono circa ventiquattro e qualche mattonella traballa un po’. Sembra di stare su una di quelle giostre di festa di paese, dove il divertimento e il rischio di catastrofe sono facce della stessa medaglia.
Forse, potrei utilizzare il mio tempo per cercare di capire come avrebbe risolto questo disagio Bob aggiustatutto, o magari, potrei lamentarmi di botto:
«Qualcuno potrebbe inciampare! Siamo nel 2025, è inaccettabile che proprio qui dentro ci siano questo tipo di problematiche».
Ma questo posto è tutto vuoto, non ha senso scatenare una rivoluzione.
In mezzo all’odore di disinfettante ci siamo solo noi e il tipo nella guardiola.
O meglio, ci siamo solo noi. Il tipo nella guardiola si è addormentato già da un pezzo, non ha battuto ciglio nemmeno quando abbiamo invaso la sua zona di sonno per chiedere dove fosse il bagno: a ritmi diversi e cadenzati, si sente come il verso di un orso che non vuol proprio sapere che fuori è quasi primavera. Un ronfare penzolante, che fa vibrare i vetri della sua precaria tana, e cupo, da far tremare le budella nel mio stomaco.
Schedati e pronti per la foto da fascicolo, ci accomodiamo su una delle sedie plasticose schierate lungo tutta la parete. Non che da stamattina avessimo fatto qualcosa di diverso, però, dopo essere stati più di quaranta minuti fuori da questo posto, ritornare qui dentro è come ritornare alla base, alla sicurezza della nuova temporanea occupazione.
Stare per molto tempo nella stessa condizione richiede un grande impegno, tant’è amara che poco è più morte. Certo, per mezz’ora puoi accavallare la gamba destra, per un’altra mezz’ora quella sinistra, ma poi ad un certo punto sei stanco. Senti il bisogno fisiologico di esplorare nuove posizioni delle articolazioni, di allungare la spina dorsale e sperimentare altre altezze.
Il fatto è che siamo così da circa diciotto ore e, nonostante qualche pausa, non so se mi va di sperimentare altre altezze. Conosco ormai ogni cosa a memoria: so che sul lato destro c’è il bagno, in fondo c’è la grande insegna visibile dalla strada e, sull’estremo opposto, la stanza che fa accedere al grande varco. Affissi alle pareti bianche ci sono lunghi tabelloni che mostrano tutti i passaggi su come lavare bene le mani, con tanto di disegni. Richiamo di un’epoca lontana, certo, ma il solo pensiero, nella lentezza di questi istanti, mi fa salire un bel po’ d’ansia.
Sono circa le ventitré, aspettiamo un segnale e cerchiamo argomenti nuovi per avviare una conversazione e non crollare.
Mi aiuto uscendo fuori a fare due passi. Ma proprio quando sono sul punto di alzarmi e cedere il posto fisso, nel silenzio tombale, sento un rumore di ferraglia. Da lontano, nel buio, la figura che si avvicina verso di noi è Davy Jones: quasi una gelatina gigante di cui è difficile identificare i confini delle parti del corpo. Però, diciamo che non siamo in fondo al mare, né su una nave e non siamo neppure dei pirati. Purtroppo.
Guardo in alto e vedo le sue spalle vestite già dei raggi extra lunari: dalla testa una lunga falce spunta gloriosa. È venuto a massacrarci, a dirci che aspettare seduti non è un lavoro.
Ecco che si avvicina pericolosamente alla luce fredda dei neon. Si rivela essere addirittura una persona, un uomo che guida un carrello pieno di roba pericolosa: detersivi, scope e secchi colmi d’acqua.
«Stasera c’è il pienone! (ride sarcastico) Un po’ di pazienza, signo’. Ci metto giusto cinque minuti».
Il tizio delle pulizie è abbastanza esperto e conosce bene quali mattonelle traballano. Quando ci cammina sopra sembra sollevarsi per non scaricare su ognuna il suo peso. Poggia lo straccio nel secchio come fanno le zie dei cartoni animati, quando lanciano con leggiadria la pelliccia sull’appendiabiti da ingresso.
Siamo stati tutto il tempo a fissarlo. Più che pulire il pavimento, sembrava stesse
contemplando la dedizione di chi fa il suo mestiere come ogni giorno.
«AAH! Perfect!» conclude parlando al pavimento e mostrando un ampio e soddisfatto segno di approvazione con la mano destra.
E poi, senza curar di noi guarda e passa.
Suddenly

Va via all’improvviso.
Dopo qualche secondo, nel silenzio, esplode tra di noi una risata fragorosa, e penso che tutto sommato ci voleva.
Sarà stato, forse, a causa degli occhi pesanti o della tensione accumulata per l’intero giorno: non ci siamo resi conto di quanto stessimo caricando di troppe aspettative questo momento.
È un po’ come quando sai che fra due settimane andrai a una festa e ci sarà “quella persona”.
Quella che nonostante tutto continua a farti tremare le ginocchia.
Ci sarà. Fra due settimane. E tu già da oggi inizi a pensare a come prepararti per non apparire troppo uguale a ieri, a cosa indossare, a come rispondere per non sembrare tanto o troppo poco.
Ma in fondo lo sai, “il momento è un all’improvviso tira l’altro”.
Un tipo che sta prima afferra dal cappuccio quello che sta per passare e, senza nemmeno il tempo di studiarsi negli occhi, quest’altro sta già afferrando un altro che passa dopo.
Per questo motivo non ha senso pensare con affanno troppo in avanti.
Not available

In tutto questo marasma di pensieri, io volevo solo uscire a fare due passi.
Direi che ora è veramente arrivato il momento.
Anche perché qui dentro non c’è molta linea e il cellulare mi dice che potrebbe essermi arrivato un messaggio.
Una nota vocale di un minuto e cinquantadue. Mi armo di volontà, mi assicuro che il volume non sia al massimo ed inizio ad ascoltare: è una canzone cantata e suonata solo per me.
Metto la reaction col cuore.
«Ma non ti piace?» replica.
Mi fermo prima di rispondere: «E’ un momento particolare, scusami, non volevo farti dispiacere. Comunque è bellissima, domani l’ascolterò con più calma».
Non è possibile inviare il messaggio. Prova più tardi.
Perfetto, anche qui fuori non prende il cell. Faccio due passi per sgranchire le gambe. Da domani la mia vità sarà completamente diversa e tutta questa attesa mi accelera il fiato.
Solamente pensare come sarà, mi commuove.
Il messaggio è stato inviato con successo.
Ora posso rientrare.
React

Guardo l’orologio in corridoio: mancano cinque minuti alla mezzanotte.
L’orso continua beatamente a dormire.
Di Davy Jones resta solo un’acuta lontanissima eco di risata.
Mi siedo al centro e ascolto in silenzio le due conversazioni ai miei lati.
«Ho preparato duecento confezioni! Per fortuna le ho fatte in anticipo, altrimenti non so come avremmo fatto», scuote il capo mentre si aggiusta lo sciarpone di lana.
«Uh mamma mia! Non mi far pensare. Per fortuna che queste cose almeno tu le sai fare», le risponde Maria mentre si sfrega la mani per cercare calore.
Mi viene da sorridere. Quanto è carino l’essere umano quando vuole avere cura anche dei minimi dettagli.
Giro la testa dal lato opposto e cerco di prendere l’altro filo del discorso.
«Ma tu hai capito!? Cose da pazzi! Ma come sta, si è ripreso?», domanda Federico
preoccupato.
«Sì, sta un po’ meglio. Il dolore sta passando grazie alle iniezioni. Purtroppo è successo proprio oggi. Non ci voleva.» Poi si rivolge a me: «A te ha risposto alla chiamata?».
Rispondo a mio fratello dicendo che qualche minuto prima sono uscita per rispondere a dei messaggi, ma ho dimenticato di fare questa chiamata qui.
«Si sarà addormentato, forse è meglio lasciarlo riposare», aggiungo.
Ho sempre saputo che ognuno reagisce alle cose in modo differente.
C’è chi si aiuta razionalizzando il fatto e posizionandolo in un’area specifica del proprio cervello. Altri invece rispondono con l’ansia, vanno avanti nella loro vita, ma prima di ogni cosa mettono lei: questa corazza ingombrante difficile da scrollarsi di dosso, che rende goffi ed esauriti. Qualcuno non riesce a decifrare bene con la mente cosa stia succedendo, al punto che il corpo decide di rispondere per primo e accende i suoi campanelli d’allarme.
Un po’ come lui, che sta a casa e non risponde: cadde come l’uom che ‘l sonno piglia.
Io in questo momento, invece, faccio un bel cocktail di tutto un po’. Penso al tempo che è quasi finito e così mi ritrovo col mal di stomaco e un groppo bloccato alla gola che mi fa tremare le gambe e gelare le dita dei piedi.
Time is running out

«Ro’, vuoi un po’ del mio tè?».
«Ma sì, così inganniamo il tempo». Già che ci sono apro anche i biscotti e li offro agli altri.
Ci sono poche cose che attraggono immediatamente la mia attenzione: il profumo che sento quando entro per la prima volta in una casa, i banconi super colorati pieni di frutta e verdura dal fruttivendolo, il rintocco incalzante delle scarpe sul pavimento.
In un attimo vengo attratta proprio da questo rumore, mi accorgo che dalla vetrata del grande varco si sentono dei passi veloci e subito dopo intravedo una sagoma. Questa, subito spalanca la porta: «La sala è pronta. Ci siamo».
Tutti noi ci alziamo di scatto. Per qualche secondo non credo a quelle parole, ho ancora un biscotto conficcato tra i denti e cerco di mandarlo giù con l’ultimo goccio di tè alla pesca rimasto. Mi accorgo che anche gli altri sono stati colpiti in pieno da questa notizia: uno stato di fibrillazione ci mangia le unghie, ci fa camminare elettrizzati sulle mattonelle traballanti e ci distribuisce agli angoli della stanza come pedine su una scacchiera. Ciascuno cerca di elaborare questi minuti in qualche modo, ciascuno pensa alla vita di domani.
Io e mio fratello stiamo vicini.
«Lo chiameremo appena succede» gli dico, cercando a tutti i costi di mostrare una calma inesistente.
«Manca pochissimo Ro’, non riesco a crederci» mi risponde, con gli occhi lucidi.
L’unica cosa che sento in questo momento è il ticchettio del mio orologio che scandisce i secondi lentamente, come fossero minuti. Mi concentro su questo e respiro profondamente.
Respiriamo tutti profondamente, ogni tanto ci guardiamo negli occhi, ci sorridiamo e distogliamo subito lo sguardo per celare altre emozioni.
Ladies and gentlemen we are floating in space

Ore 00:33, un urlo da quella sala spacca il silenzio dei nostri pensieri, sì parea che l’aere ne tremesse.
Non è infatti un semplice urlo, uno di quelli di gola, per lo spavento di qualcosa. È diverso, più profondo, fa tremare l’aria e le viscere intere.
Lo sento risuonare nel petto e mi trafigge la bocca dello stomaco.
A mezz’ora e qualche minuto dalla mezzanotte, io e mio fratello finalmente esplodiamo in un pianto trattenuto da troppe ore. Piangiamo come quando eravamo bambini.
E mia madre stringe forte il suo sciarpone di lana, e non l’ho mai vista così commossa.
E Maria e Federico si abbracciano tra la gioia indescrivibile e le lacrime.
E lui, mio padre, è a casa, perché non è riuscito a stare con noi.
A mezz’ora e qualche minuto dalla mezzanotte, l’urlo atavico di tua madre ci dichiara che niente può più trattenerti.
Tu vuoi conoscere il mondo, vuoi entrare nelle nostre vite.
E lo fai nel modo più inaspettato per me.
Dopo qualche minuto, si apre la porta del varco e atterri tra noi.
Nella tua navicella, spalanchi gli occhi neri ancora impasticciati e afferri con la manina la tenda che hai sul lato destro.
Sembri un tenerissimo cucciolo di dinosauro, uno di quelli che muove le zampette in tutte le direzioni perché non sa ancora come funzionano.
Or se’ tu quel cuore e quell’amore che spandi di parlar sì largo fiume?
Custodisco con cura quest’attimo in cui mio fratello si presenta dolcemente a te come “papà”.
Ho gli occhi e il cuore gonfi di gioia e sono proprio sicura: sei l’essere più bello che abbia mai visto nella mia vita.
Ti osservo mentre tra le urla cerchi i tuoi primi respiri, mentre ancora non hai capito dove sei stato catapultato.
Solo un po’ so cosa vuol dire conoscere il mondo, cercare di stare dritti in mezzo alle novità, non crollare dinanzi alle cose che spaventano.
Ma nonostante ciò, so che tutta la volontà dell’umano sparisce davanti all’immensità.
E questa proprio adesso mi arriva tutta, dritta nell’anima.
Non mi importa più dei mostri che resistono, delle ansie che mi invadono.
Quello che sto scoprendo ha una forma ancora nuova e la mia bocca non riesce a definirla.
Sei qui in questa bolla, parli al mio amore e vieni a dirmi io sarò tua guida, e trarrotti di qui per loco etterno.
Un nuovo abbraccio nutre le radici del mio sentire.
Un nuovo sguardo culla le mie parole.
La tenerezza dei piccoli passi schiarirà la voce.
Ora, è tempo di sfiorare lentamente le stelle.

